Lo Squalo: tra simbolismo, biologia e realtà

Sabato, 22 giugno 2019


lo squalo poster originale

Non ho mai fatto segreto di quanto sia viscerale il mio amore e la mia passione per Lo Squalo, il capolavoro diretto da un giovanissimo Steven Spielberg nel lontano 1975. Per me, Lo Squalo è un film perfetto. L’unico che nel suo genere è e rimarrà imbattibile. Ma lo squalo del titolo italiano, o le fauci (Jaws) di quello originale, in realtà hanno davvero ben poco da spartire con la reale natura degli squali. Oggi, di questo, ne siamo tutti più o meno consapevoli ma 44 anni fa, più il film incassava dollari e pareri positivi, più gli squali venivano messi a rischio da un’ondata di orrorrifico delirio collettivo. All’epoca (e in forma minore anche oggi) la gente non riusciva a scindere Lo Squalo dallo squalo. Il mostro protagonista del film divenne il mostro protagonista degli incubi di molti tanto da far registrare uno spaventoso calo di presenze sulle spiagge e dare il via ad una spietata caccia allo squalo. La gente aveva paura e gli squali erano ormai diventati dei mostri. Nemici da annientare a tutti i costi. Steven Spielberg disse che tra tutti i successi ottenuti dal film, questo era sicuramente quello che non avrebbe mai voluto. Gli fece eco Peter Benchley, autore del romanzo originale da cui il film è tratto, che si espresse in questi termini: “se avessi conosciuto la vera natura degli squali non avrei mai scritto il romanzo”. Ma quali sono le motivazioni che scatenarono davvero “l’effetto squalo”? La risposta è semplice: la paura dell’ignoto, ovvero la paura di tutto ciò che non si conosce.

IL SIMBOLISMO

Nel film di Spielberg, lo squalo si vede a malapena ma durante l’intero minutaggio la sua presenza la si avverte continuamente. Poi succede…

Lo Squalo tra simbolismo, biologia e realtà

Spielberg gioca con lo spettatore come uno squalo fa con una foca. Ci mostra una boa, un’ombra, un barile, tutte cose che non possono uccidere nessuno ma che sotto di loro potrebbero nascondere qualcosa che è invece capace di farlo. Il cervello umano, si sa, è costruito per creare connessioni. Se vediamo un cespuglio muoversi nella Savana, il nostro cervello lo trasformerà immediatamente in “il cespuglio si sta muovendo perché dietro c’è un leone”. Da grande regista e narratore qual’è, Spielberg questo lo sa benissimo e preme sul simbolismo come mai prima di allora nessuno aveva fatto in un film del genere, rendendo il film memorabile semplicemente facendo disegnare agli occhi della nostra mente orrori ben peggiori di quelli che lo schermo ci mostra.

LA BIOLOGIA

La biologia del film, ma sopratutto del romanzo di origine, è invece completamente sbagliata. Inanzitutto non esiste nessuna “teoria della territorialità” e per tagliare immediatamente la testa al toro diciamo anche che mai al mondo uno squalo ha mostrato così tanta aggressività nei confronti di un essere umano. In Blu Profondo (per me il secondo miglior film del genere) Carter Blake, il personaggio interpretato da Thomas Jane, dice che “gli squali ci mordono perché ci credono foche grasse e succulente”, ed è proprio così. Non a caso la maggior parte delle vittime dei cosiddetti “Shark Attack” muoiono per dissanguamento e non mangiati vivi. La verità è che noi agli squali facciamo schifo. Semplicemente ci assaggiano e ci sputano. Le misure del mostro protagonista de Lo Squalo, poi, sono ovviamente esagerate: uno squalo bianco di 8 metri da tre tonnellate di peso. In realtà, l’esemplare di squalo bianco più grande mai avvistato misura 6 metri e pesa 2,5 tonnellate. La chiamano Deep Blue.

Filmata dalla ricercatrice ed esperta marina Ocean Ramsey nel 2015 e nel 2019 al largo delle acque hawaiane di Oahu, si crede che l’animale sia in stato di gravidanza avanzata e che per questo motivo la sua stazza appare più imponente del solito. Lo squalo di Spielberg, potrebbe quindi appartenere benissimo ad un’ altra specie. E no, non sto parlando del megalodonte, come tra l’altro fa Peter Benchley nel romanzo quando fa dire a Matt Hooper che forse la bestia con la quale hanno a che fare “potrebbe essere un’esemplare di megalodonte”. Io parlo del meno noto ma altrettanto feroce Cretoxyrhina mantelli, meglio noto come squalo ginsu (si, proprio come l’affilatissimo coltello giapponese, quindi fate 2+2). Il cretossirina, o ginsu, è vissuto nel cretaceo e nella sua massima espressione poteva raggiungere anche i nove metri di lunghezza. Giusto uno in meno dello squalo protagonista del film. Era dotato di un corpo robusto e potente, e al contrario di altri squali come il ben più famoso megalodon, è l’unico ad essere conosciuto per il ritrovamento di scheletri quasi completi. Il ginsu, che deve il nome popolare ai denti ricurvi e taglienti, era uno dei massimi predatori del suo tempo insieme ai mososauri, dei quali tra l’altro si nutriva. Simile nella struttura all’odierno squalo bianco, il ginsu si differenziava da questo per la grandezza degli occhi, per la velocità che riusciva a raggiungere in fase di attacco e per la robustezza del corpo e dello scheletro cartilagineo. A Benchley sarebbe bastato approfondire i suoi studi per donare al suo romanzo una certa credibilità biologica ed evitare che il capolavoro tratto dal suo scritto diventasse un falso manifesto sulla natura degli squali.

Lo Squalo tra simbolismo, biologia e realtà

LA REALTÀ DIETRO AL ROMANZO E AL FILM

Ma c’è del vero dietro la storia del romanzo e del film? Purtroppo si, e dobbiamo andare indietro nel tempo fino al 1916 quando si verificarono i primi attacchi vicino alla costa. Nel corso di dodici giorni, tra il 1º e il 12 luglio, lungo le coste del Jersey Shore, si registrarono tre attacchi che provocarono la morte di quattro persone e il ferimento di un’altra. Ancora oggi non si sa con esattezza che specie di squalo fu quella che terrorizzò il New Jersey. All’epoca si ipotizzò che il responsabile fosse uno squalo bianco, pescato lì vicino, nel cui stomaco furono rinvenuti resti umani. Tuttavia alcuni attacchi avvennero anche nel fiume Matawan Creek e come sappiamo lo squalo bianco non può vivere in acque dolci. Per questo, successivamente si indicò un nuovo responsabile, l’unico squalo che vive in acque dolci: lo squalo leuca (Carcharhinus leucas). Dopo numerosi dibattiti si è giunti alla conclusione che il responsabile degli attacchi in mare fu lo squalo bianco che aveva nello stomaco resti umani, mentre nel fiume gli attacchi furono causati dallo squalo leuca. Quindi gli squali in azione furono due e non uno come si era pensato inizialmente. Gli attacchi avvennero in un’estate caratterizzata da un’insolita ondata di caldo e da un’epidemia di poliomielite nel nord-est degli Stati Uniti, che fece spostare migliaia di persone nei resort del Jersey Shore. Gli studiosi hanno appurato che l’incremento improvviso della presenza umana in quelle acque ebbe come conseguenza gli attacchi e li hanno classificati come insoliti.

Quindi, anche se la storia de Lo Squalo è finzione, dannosa finzione, c’è anche un minimo di verità. E forse anche di più; nel 1983 un pescatore canadese di nome David McKendrick catturò questo:

Lo Squalo tra simbolismo, biologia e realtà

😉