Joker di Todd Phillips

Giovedì, 17 ottobre 2019

Su Joker ormai si è detto di tutto e di più. Tra chi grida al capolavoro, chi al film sopravvalutato, chi addirittura allo scandalo provocatorio e potenzialmente pericoloso per la fragile mente delle masse (perchè noi, il popolino, secondo alcune illustri firme siamo tutti degli squilibrati pronti a esplodere e fare stragi dopo aver visto un film). Facendo bene attenzione a tenermi lontano da qualsiasi notizia e spoiler annessi, ho comunque deciso di aspettare prima di vedere -e di parlare- di questa nuova versione del clown principe del crimine di Gotham, perchè sospettavo che di tutto ciò che si sarebbe detto sulla pellicola diretta da Todd Phillips un buon 90% sarebbero state tutte stronzate. E se non vi piace il termine, sentitevi pure liberi di sostituirlo con minchiate. Nel gregge di pecore che ormai “discute” di cinema, su Joker pare abbiano belato tutti le stesse identiche cose; “E’ Scorsese”, “E’ Taxi Driver”, “E’ Re per una notte”, “E’ un cinecomic”, “Non è un cinecomic”, “Oscar!1!!11!”. Commenti ripetuti a ruota addirittura mesi prima dell’uscita in sala e solo dopo aver visto due, e dico due, trailer. Eppure all’annuncio del progetto e alla diffusione delle prime foto (backstage) del film, apriti cielo. I commenti, beffardi e catastrofici, erano ovviamente tutto il contrario di ciò che si legge oggi. In poche parole le solite stronzate -o minchiate- da social network e i classici articoli acchiappa-click che narrano di ipotetiche voci di deliri sul set, litigi e cazzi e mazzi. Oggi, a qualche settimana dall’uscita nelle sale e dopo essersi portato a casa il prestigioso Leone d’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia, l’attenzione e le polemiche nei riguardi del film non sembrano volersi placare e pur di parlarne ci si appella a qualsiasi cosa. Sinonimo questo di un successo indiscutibile.

JOKER

Gotham City, 1981. La città è preda di una crisi economica senza precedenti. Le strade sono unte, maleodoranti e cosparse di rifiuti. Arthur Fleck è un giovane emarginato, figlio di una classe sociale che più di tutte soffre del degrado fisico e ideologico in cui è caduta la città. Affetto da un disturbo neurologico che lo costringe a una risata isterica nei momenti meno opportuni, Arthur sogna di diventare un giorno un grande comico mentre si guadagna da vivere lavorando come clown e trascorrendo le ore libere a occuparsi della madre inferma, accontendandosi di abitare in uno squallido appartamento di uno squallido condominio in uno squallido quartiere. E mentre in città si inizia a respirare, oltre alla puzza dei rifiuti, aria di rivolta contro la classe politica e le classi sociali più benestanti, per Arthur inizia una lenta discesa nella follia che lo trasformerà da reietto ed emarginato a re folle e sanguinario di una città sull’orlo del baratro.

joker

Per molti Joker è “Re taxi per una notte driver”

Un uomo davanti allo specchio. La prima scena del film è questa, una vera e propria dichiarazione di intenti. Una carrellata lenta, alle spalle del protagonista intento a indossare la sua maschera. E la sofferenza è già lì. L’insoddisfazione, il disagio e il sentimento di non appartenere a questo mondo racchiusi negli occhi e nella lacrima che scende a macchiare il volto truccato di Joaquin Phoenix che, e mi sembra anche inutile dirlo, si conferma ancora una volta un gigante tra i giganti se non il miglior attore della sua generazione. Il ritratto che fa del suo Arthur Fleck è una delle cose più meravigliosamente devastanti viste al cinema negli ultimi anni e mai più azzardato è il paragone che si continua a fare con il Travis Bickle di Robert De Niro, il protagonista di Taxi Driver di Martin Scorsese. Il motivo è che sono ideologicamente due personaggi agli antipodi con quest’ultimo che agisce per liberare la città da “puttane, sfruttatori, mendicanti, drogati, spacciatori di droga, ladri, scippatori…”, e che con meticolosità da professionista riesce ad ottenere, acquistando da uno spacciatore, un piccolo arsenale di guerra per trasformarsi in un vigilante. Arthur Fleck, invece, trema anche solo a tenere in mano la rivoltella regalatogli da un collega. E se fa quello che fa è solo perchè ormai saturo di subire ingiustizie. Il fatto che ammazzi tre brooker non è altro che un puro caso (e anche ovviamente esigenza di copione). Quella notte, nella metro con lui sarebbe potuto esserci pure Tonio Cartonio e se questo gli avesse usato violenza si sarebbe trovato comunque con un buco in fronte. Ovvio, gli ammiccamenti al capolavoro di Scorsese ci sono, ma sono limitati, come a detta dello stesso Phillips, a scelte prettamente stilistiche e dalla volontà di fotografare il film come un prodotto partorito negli anni in cui è ambientato. Se poi la citazione delle dita portate alla tempia a mimare una pistola fanno di Joker un emulo di Taxi Driver, ditelo pure. Ma fatelo con chi non lo ha mai visto o lo ricorda male come evidentemente fate voi. Se proprio dovete fare un paragone con una pellicola di Scorsese, continuate a farlo con Re per una notte. Sicuramente ha molti più punti in comune con quest’ultimo che con Taxi Driver.

Send in the clowns…

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Quindi cosa è Joker? E’ un film abilissimo nel raccontare una origin story auto conclusiva, una pellicola scritta benissimo e con furbizia, che grazie al suo attore principale e alla sua capacità di rendere tutte quelle sfumature caratteriali impossibili da scrivere sul copione, si trasforma insieme al suo protagonista in qualcos’altro. Forse nell’apripista di un nuovo modo di concepire un film tratto da un fumetto. Joker il film è infatti nient’altro che il primo esperimento di graphic novel d’autore che rivisita un dato personaggio scollegandolo del tutto dagli universi narrativi (e condivisi) di cui fa o è stato parte nel materiale originale. La regia di Todd Philipps è essenziale, quasi senza sbavature, e regala angolature non necessariamente appartenenti al mondo cinematografico ma vere e proprie tavole in movimento di una graphic novel. Non siete d’accordo? Guardate sotto:

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E allo spettacolo delle immagini si aggiunge anche quello sonoro. Hildur Guðnadóttir, che ormai amo ciecamente e alla follia, stende un tappetto musicale da pelle d’oca e non credo di sbagliare se dico che il 50% della potenza del film è la colonna sonora nervosa, straziante e a tratti epica firmata dalla violinista e compositrice islandese, che come ho già avuto modo di dire QUI è la degna erede del sempre mai troppo compianto Jóhann Jóhannsson. La traccia che accompagna gli emozionanti minuti finali del film trasuda epicità già dal titolo: “Call Me Joker” è la chiusura perfetta di un film perfetto. Perché Joker lo è davvero un film perfetto, e che non merita assolutamente di essere definito banalmente come il clone di quel capolavoro che è Taxi Driver. Joker di Todd Phillips, per buona pace dell’anima di detrattori e vari Bastian contrario, è semplicemente un altro, nuovo capolavoro.